Un paio d’anni fa mi piaceva fotografare ciò che avevo intorno e far entrare un po’ di colore dentro all’obbiettivo della mia vita.
Principalmente boschi, cielo e polvere. Vette irrangiungibili ma che sembravano così vicine da poterle toccare con la punta delle dita.
Ora?
Ora gli orizzonti sono cambiati ma la vita si è arricchita in giochi caleidoscopici, che si tendono in figure impossibili.
Ho superato montagne dentro la mia psiche.
Ho conquistato buona parte dei miei limiti.
Non fotografo più intorno a me, non voglio.
Lo faccio già tutta la settimana per lavorare e quando sono lontana dal notebook l’unica cosa che desidero e guardarlo con i miei occhi.
Osservarlo nei suoi gesti di tutti i giorni e nelle sfumature in controluce.
La nuvola blu del suo sigaro mentre legge il giornale o cucina nella sua pettorina da chef.
Lo sguardo chiaro, capace di inchiodarmi, quando ha solo un particolare pensiero in mente.
E le mani…
Non riesco più a pensare logicamente quando mi accarezza.
No, i miei rullini rimangono fermi ed inutilizzati.
Ci sono sensazioni e momenti visivi che non si possono rendere con la pellicola.
Because for me loving isn’t something visible. It’s electrical, tangible…something you find moving inside your veins, consuming you.
Better than smoking.
Better than drinking.
Better than gambling.

I miei fotogrammi li custodisco gelosamente, inspirando quell’aroma di tabacco che Ti esala e fregandomene del cancro ai polmoni per intenderci.

“Maybe you can’t fuck a memory. But I can surely enjoy it.”
“Of course you can, Fräulein.”

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